Mansplaining, cos’è il vizio di alcuni uomini di spiegare ciò che non sanno

Mansplaining, cos’è il vizio di alcuni uomini di spiegare ciò che non sanno


Mansplaining cos’è? Facile e breve a dirsi: la tendenza degli uomini, di una gran parte degli uomini, di voler spiegare alle donne i comportamenti delle donne con il tono paternalistico di chi ne sa più di loro. Anche se la donna che hanno di fronte è più vecchia, più colta, più preparata e soprattutto più donna di loro. Come se una donna restasse bambina per sempre e come tale bisogna comunicarci. Ho avuto un fidanzato che si irritava se gli dicevo che no, se mi titillava il gomito non mi eccitavo. Mi accusava di non conoscere le zone erogene delle donne. Lui sì. Non so dove sia ora.

Questa è la definizione ufficiale del cos’è il mansplaining, ma io la estenderei ulteriormente perché mi trovo spesso a sentirmi spiegare, che so, chi era Moana Pozzi da uno che ne ha visto solo i film e sa benissimo che ci ho lavorato insieme per anni. È quel fastidioso dare per scontato che mentre tutto quello succedeva, il mio cervello geneticamente meno dotato non mi permettesse di farmi un’opinione su di lei. O la sicurezza di pensare che a causa della mia inferiorità femminile venissi esclusa in ufficio dalle cose “da uomini”, per cui il mio interlocutore viene cavallerescamente a porre rimedio. Come se quello che lui immagina valesse più di ciò di cui sono stata testimone. Un giorno il mio elettricista mia ha detto “ok, hai lavorato nell’ufficio di Schicchi dieci anni, ma se solo potessi immaginare quello che succedeva davvero lì dentro”. Lo giuro.

Ora che gli echi del mio passato si sbiadiscono perché le generazioni nuove non sanno nemmeno chi sia Moana Pozzi, mi è accaduto invece di recente che un 35enne, per insultarmi su Facebook dato che avevo opinioni diverse dalle sue – e sia mai – mi abbia chiamata “Attanasio cavalla vanesia”. La cosa mi ha colpito molto e mi ha indotto ad aprire un dibattito su Twitter riguardo la cristallizzazione culturale degli italiani, cresciuti dai nonni che gli hanno insegnato come si stava bene col duce (inutile ormai spiegargli che erano felici perché erano giovani, non perché c’era Mussolini) che le donne devono stare al loro posto e che i computer sono roba per perdigiorno. Crescendo così una generazione di fascisti, potenziali picchiatori di mogli e disoccupati.

Sotto quel tweet, le donne commentavano esattamente la questione, rimanendo in tema. Non lo dico per faziosità. I maschi, invece, facevano a gara a spiegarmi cosa significava l’insulto, dando per scontato che arrivata a 51 anni, durante i quali mi sono sempre chiamata “Attanasio” – e dopo aver specificato la mia consapevolezza di stare trattando un concetto polveroso – non avessi mai sentito parlare di Renato Rascel e di Garinei e Giovannini, interprete e autori della commedia musicale Attanasio Cavallo Vanesio del 1953 (tra l’altro in molti hanno scritto anche la data sbagliata, 1945, inspiegabilmente). E soprattutto, certi che non conoscessi l’esistenza di un sito segreto chiamato “Google”.

Per la maggior parte della gente questo episodio non ha alcun significato, a parte quello divertente. Io che sono molto miope dalla nascita, da un pochino sono anche presbite per sopraggiunti limiti di età e non riesco più a guardare il dito. Ma sono allenata da 50 anni a vedere bene la luna per sopravvivere, e in tutto questo ci leggo invece lo stallo dell’Italia, un paese fermo agli anni 60 in cui alcune categorie godono di una mediocrità soddisfacente che non vogliono mollare, sul concetto sempre valido e sempre sbagliato del Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia, e non sa quel che trova. E ora ignorate tutto quello che ho scritto e correte a commentare pure qui sotto che quello è il proverbio che Lello Arena dice a Massimo Troisi in Ricomincio da tre. Dal 1981 non vi siete manco accorti che è il titolo di una commedia teatrale del 1870.