Città della salute a Sesto San Giovanni: un sogno?

Città della salute a Sesto San Giovanni: un sogno?


Città della salute Sesto San Giovanni: una premessa. Ricordate il film Full Monty? Raccontava la storia di un gruppo di disoccupati a Sheffield, nel South Yorkshire, che tentavano di risollevare le loro sorti improvvisandosi spogliarellisti, in una città messa in ginocchio dalla chiusura delle acciaierie. Anche in Italia avremmo potuto avere un caso Sheffield, a Sesto San Giovanni, nell’area di Milano Metropolitana. Ma fra tanti difetti, quello che a noi italiani non manca è la resilienza. Che portiamo avanti a forza di lamentele, ma che alla fine ci fa trovare sempre una via d’uscita.

Nel secolo scorso Sesto San Giovanni vantava una delle più alte concentrazioni industriali dell’intera nazione. Un fiore all’occhiello della produttività italiana. Poi la crisi dell’acciaio ha cominciato a picchiare duro anche da noi e molte di queste grandi imprese hanno cominciato a chiudere. A differenza di Sheffield, la cittadinanza e le amministrazioni si sono ribellate alla crisi e hanno sempre fatto di tutto per riciclare quegli spazi dal passato glorioso e scongiurarne il degrado. Fra questi c’era la leggendaria acciaieria Falck che per oltre 70 anni aveva dato lavoro a migliaia di operai, fino a quando nel 1996 lo stabilimento storico di Sesto è stato chiuso. È nato quindi il progetto di ridargli vita nel modo migliore possibile. È qui infatti che dovrebbe sorgerer la tanto sospirata Città della salute e della ricerca di cui si parla ormai da quasi un ventennio, ma per la quale non si trovava una collocazione. Perché ora è tutto fermo?

«La chiusura della Falck colpì l’immaginario collettivo di tutta Italia», racconta Monica Chittò, ex sindaca Pd di Sesto San Giovanni, nata, cresciuta e sposata lì, e che dell’iniziativa della Città della salute Sesto San Giovanni si era fatta promotrice. «Lo stabilimento Falck ha avuto una grande importanza per la città. Ha rappresentato speranze e opportunità, coesione sociale, crescita per acquisizione di diritti. Ma anche lavoro durissimo e parecchi drammi. Mio padre era ispettore di polizia e ricordo quando veniva chiamato perché qualcuno era caduto nell’altoforno. Pensare di farlo diventare un luogo dove si lotta per salvare vite è bello». Questo importante centro darebbe una nuova sede ai rinomati ircss Besta e Istituto dei Tumori, che da tempo avevano bisogno di più spazio. Si dovrebbe relazionare col territorio e con i servizi socio sanitari, gli ospedali, ma anche con la cittadinanza. «Per la prima volta si metterebbero sulla stessa piattaforma due istituti di cura e ricerca, che avranno la possibilità anche dal punto di vista architettonico di lavorare al letto del paziente. Le stanze di degenza saranno collegate ai laboratori di ricerca. Ci saranno delle specializzazioni delle cure del dolore e le palliative. È qualcosa a cui tengo particolarmente e alla quale mi sto dedicando da tanto. Tutti abbiamo avuto a che fare col cancro, direttamente o indirettamente, e non faccio eccezione”. Monica Chittò non è stata poi riconfermata sindaca, nel 2017, con la storia elezione di una giunta di centrodestra, per la prima volta nella storia repubblicana italiana di una città che veniva chiamata “La Stalingrado d’Italia”.

Insieme a Monica Chittò, Fiorenza Bassoli, ex senatrice, seguiva questo progetto da molti anni. «È dal 96 che si parla della necessità di trovare una nuova collocazione al Besta. Le intenzioni sono passate per tutto il circondario post industriale milanese. Ex Pirelli, ex Alfa di Arese, zone dove si scopre invece che passava un fiume sotterraneo. Tutte inadatte. Poi dentro Milano, ma lo spazio libero per un progetto così ambizioso non c’è più da nessuna parte». Arriviamo al 2011-12. L’allora sindaco di Sesto, Giorgio Oldrini si fa avanti e candida l’area Falck, dismessa da 20 anni. Ceduta dalla famiglia Falck a un privato, poi fallito, è diventata di proprietà di Milano Sesto, un pool di imprenditori e banche. Si trattava di uno spazio ampio, di nuova riprogettazione, già ben collegato con i mezzi pubblici e le strade perché un tempo doveva essere raggiunto facilmente dagli operai. Sembrava perfetto. «Al tempo io ero in Senato», continua Fiorenza Bassoli, «e mi sono interessata al problema della bonifica, che andava fatta sotto l’egida del ministero dell’ambiente».

Così, i lavori per la Città della salute Sesto San Giovanni partono nel 2015. Un’operazione delicata. Gli inquinanti della produzione di acciaio sono metalli pesanti, cromo, manganese. E durante la guerra, sotto gli stabilimenti, era stata costruita una città sotterranea in cemento armato per far passare i sottosistemi, in modo che in caso di bombardamento fossero disponibili senza scavare. «Ma a quel tempo nel cemento mettevano anche un po’ di amianto. Era quindi necessario smantellare completamente tutta la cittadella sotterranea, e smaltire l’amianto nel modo più corretto possibile», spiega l’On. Bassoli. «L’Arpa ha trasferito del personale sul posto per campionare quotidianamente i valori. Tutti i camion che hanno portato via le macerie erano dotati di un sistema di controllo satellitare registrato, per verificare dove andavano i materiali rimossi. Questa bonifica è stata così esemplare che ora viene chiamata modello Sesto».

Nei primi mesi del 2017 la bonifica è terminata, si era pronti per avviare i lavori della Città della salute Sesto San Giovanni. «E il 9 marzo c’è stata la consegna ufficiale del primo lotto», spiega Monica Chittò. «Mancavano sole certificazioni della Città Metropolitana, che attestano la validità della bonifica. Entro l’anno parte il cantiere. Sarebbe già partito se non ci fosse stato un ricorso al Tar della seconda classificata, che ha rallentato un po’ i tempi», diceva nel 2017. La cittadinanza si stava già preparando ad accogliere una struttura così importante, che avrebbe attirato l’attenzione di tutta Europa. A Sesto San Giovanni c’è ancora una tenuta sociale che in molti comuni è venuta a mancare, con la fine della comunità operaia. «Chi ha affrontato un cancro, chi ha attraversato momenti di difficoltà con malattie come questa, non riesce mai a dire completamente “sono guarito”», concludeva l’ex sindaca . «Ti rimane la paura, l’incombenza dei controlli periodici. Ti rimane qualcosa dentro. È un popolo silenzioso, quello che ha sconfitto il cancro, chi ne fa parte a volte ha pudore a parlare di quello che ha passato, di cosa ha passato la sua famiglia. Già a Milano abbiamo questi due istituti d’eccellenza che si collocheranno qui. La città della Salute e della ricerca aggiungerà anche la dignità di curarsi in un luogo che sarà anche bello architettonicamente. Ci sarà un grande parco, tanti alberi. Anche questo farà parte della cura». Un bel sogno interrotto, quello della Città della salute Sesto San Giovanni. Con la nuova giunta, infatti, il progetto, apparentemente, non ha avuto più seguito. 

 

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