Luci rosse: ecco come internet le ha spente

Luci rosse: ecco come internet le ha spente


Volti anonimi. Consumatori distratti. Abbandono di ogni pretesa artistica. È così che l’avvento di internet ha trasformato le luci rosse. Rendendo i vecchi film e le star dell’epoca oggetti di culto per intellettuali nostalgici.

Dodici minuti. È il numero che appariva sul display, uno più, uno meno, quando i gestori delle videoteche riavvolgevano le vhs pornografiche. Il tempo sufficiente perché assolvessero la loro funzione prima di essere riconsegnate in fretta. È solo una delle curiosità su cui scherzavano gli addetti ai lavori delle luci rosse, che ormai appartengono al passato. Perché internet ha trasformato radicalmente quel bizzarro mondo.

Un passaggio di cui sono stata testimone quando, ragazza squattrinata, nel 1992, ho accettato di lavorare come segretaria di Riccardo Schicchi, il fabbricante di pornodive scomparso nel 2012. Doveva essere una sistemazione provvisoria. Ci sono rimasta quasi dieci anni, assistendo alla fine di un’epoca.

Registi famosi sotto falso nome

Tutto è iniziato con la rivoluzione sessuale. La paura di essere additati come bacchettoni trascinava al cinema intellettuali e femministe, militanti dei centri sociali e borghesi per vedere lo scandaloso Gola Profonda. Cicciolina era un simbolo di quel fermento. Un caso estremo di autodeterminazione, di «una rivoluzione dolce e gentile», dice il sociologo Ivo Germano nel documentario del canale tedesco Arte Cicciolina, godmother of scandal. Certo, poi i pornografi si sono accorti che i guadagni davano più soddisfazione dell’idealismo. Ma la battaglia contro la morale troppo stretta è rimasta sempre un manifesto. Schicchi divulgava le sue idee anche quando lui e Ilona Staller, dopo un tour di spettacoli, trascinavano sacchi della spazzatura pieni di banconote negli uffici della Diva Futura, l’agenzia fondata insieme.

Per coerenza con le buone intenzioni, i film degli anni ’70 erano ricchi di scene in cui non si trascurava la soddisfazione femminile. E avevano anche una trama. In Italia, nel settore delle luci rosse, ci lavoravano maestranze di Cinecittà, attrici teatrali in bolletta e registi noti che sopravvivevano sotto falso nome alla crisi del cinema. E cercavano, senza riuscirci, di nobilitare il genere. Aristide Massaccesi, in arte Joe D’amato, ex aiuto regista di Jean-Luc Godard, girava decine di colossal osé, anche un Marco Polo. Il talentuoso Mario Salieri veniva chiamato il “Luchino Visconti dell’hard” grazie ai suoi accurati remake di film celebri. Un carrozzone che teneva in vita anche parecchie sale cinematografiche.

A metà degli anni ’90, l’hard core si sarebbe reso ancora utile in un altro modo. Quando si è sparsa la voce che la novità chiamata “internet” era piena zeppa di film a luci rosse, le vendite dei computer sono aumentate. In milioni si sono precipitati a comprare un modem e a stipulare abbonamenti telefonici per navigare. Se oggi esiste un legame affettivo fra i nerd e il porno è perché il porno ha finanziato lo sviluppo tecnologico del web. Ma questo lo ha ripagato uccidendolo.

Arrivano i siti a pagamento.

L’agonia è iniziata con il modem 56K. A quella velocità era impossibile scaricare filmati che superassero i quindici minuti. I consumatori casuali erano abituati a tempi cortissimi, ma ora li subivano anche gli estimatori veri. Poi è arrivata la pirateria peer to peer. Un film condiviso gratuitamente online era un danno insostenibile per un settore che muove cifre molto più modeste dei circuiti normali. Come se non bastasse, ogni giorno spuntavano così tanti siti pieni di spezzoni rubati che i detentori dei diritti non facevano in tempo a chiederne l’oscuramento.

Quel materiale, rubato alla rinfusa da fonti diverse, veniva catalogato dai pirati in base al tipo di prestazione, non certo sotto il nome delle attrici come in videoteca. E addio anche al divismo.

Un metodo che è rimasto in eredità ai siti di oggi, gratis e accessibili a tutti. Spazi che vivono di clic sulle pubblicità, che non portano i guadagni di un tempo e che offrono un consumo troppo rapido perché si memorizzino i volti dei protagonisti. Nessuna starlette di oggi può aspirare ai cachet di Moana Pozzi: ottanta milioni di lire a film, quattro per uno spettacolo dal vivo, tra i cinque e gli otto per un’ospitata in tv. Oggi Valentina Nappi è definita “una stella a luci rosse”. Ma il suo volto non è inconfondibile come lo erano quelli di Moana Pozzi e Cicciolina.

E così le maestranze sono tornate a Cinecittà, nessuno si è più preoccupato di buttare giù un po’ di trama, una stellina è già contenta con 100mila follower su YouTube. E la crudezza delle nuove produzioni fa sembrare i film di un tempo versioni poco più spinte di 50 sfumature di grigio.

Malinconica decadenza

L’anno scorso, gli artisti hanno iniziato a manifestare nostalgia per quell’epoca. Il documentario Porn To Be Free di Carmine Amoroso, presentato al Rotterdam Film Festival, racconta gli anni ’70 come una rivoluzione tradita. Quello francese intitolato Rocco, ritratto del Siffredi nazionale, è stato proiettato alla Mostra del Cinema di Venezia. Il romanzo Candore di Mario Desiati, delicata parabola di un pornoutente vecchio tipo, è piaciuto anche a Roberto Saviano.

«Il set era una famiglia, ci si trascorrevano tanti giorni insieme, ci conoscevamo tutti», ricorda Francesco Malcom, stella hard core degli anni ’90, oggi sceneggiatore horror. «Facevamo questo mestiere e basta. I cachet lo permettevano. Ora filmano solo l’atto sessuale, a casa o in stanze d’albergo. Qualsiasi ragazzo può buttare giù una pastiglia di Viagra, girare una scena senza trama, con una sconosciuta. E poi tornare, che so, a riparare fotocopiatrici». Schicchi era disorientato da questa deriva imprevista. «Diceva sempre a noi attori: “Le ragazze dovete corteggiarle prima di fare la scena!”», rimpiange ora Malcom. Che di recente, ispirandosi a Nuovo Cinema Paradiso, ha montato in un videoclip tutte le scene in cui baciava con passione le colleghe nei suoi film a luci rosse, e l’ha pubblicato sul web. E tanti vecchi fan, vedendolo, si sono commossi. Chi l’avrebbe mai immaginato?