Tiziana Cantone, un suicidio annunciato

Tiziana Cantone, un suicidio annunciato


Tiziana Cantone aveva 31 anni e si è tolta la vita perché messa alla gogna su internet e sui social network, dove circolavano sei filmati in cui faceva sesso. Non uccideva nessuno, non torturava bambini. Faceva sesso. Come e perché erano affari suoi. Alla diffusione della notizia in tantissimi si sono indignati. Qualcuno invece ha commentato che se ti fai riprendere mentre fai quelle cose lì, poi non hai diritto di cambiare idea. È gente che ignora l’esistenza della legge sulla privacy e del diritto all’oblio. Fa finta di non sapere che si può fare qualcosa di cui poi ti penti. Che persino alcune pornostar dopo qualche tempo cambiano idea e cercano di far sparire tutto. Intanto, però, i filmati con cui ricattare o umiliare donne – dai tredici anni in su – sono stati al centro della maggior parte delle violazioni salite al disonore della cronaca negli ultimi mesi. Ma se provassimo a riflettere sul concetto di “vergogna”?

Uno dei motivi di biasimo femminile più antichi – per fortuna, quasi in via di estinzione – è la perdita della verginità. Come tutte le forme di controllo della sessualità femminile, ha avuto origine nelle civiltà tribali molto prima della prova del Dna. Erano tempi in cui, per essere sicuri che il primo figlio fosse del consorte, “scartare il cellophane” per primi era una necessità. Poi è nato il problema di mantenere l’esclusiva durante il matrimonio. E qualcuno ha cominciato a insinuare che una vera donna ha un solo partner in tutta la sua vita. E ha tirato fuori termini – purezza, virtù, onestà – il cui contrario evoca sporcizia. In quei tempi bui, in cui vinceva quello più forte fisicamente, avevamo altra scelta oltre a quella di abboccare?

Oggi una donna può votare, è tutelata dalla legge, può divorziare, fare figli con chi vuole, spostarsi da una città all’altra e aspirare a posizioni che prima erano appannaggio degli uomini. Non siamo proprio nell’Eden della parità dei diritti, ma le cose sono migliorate parecchio. Eppure diamo ancora peso a quelle vecchie idee.Facebook è pieno di gruppi in cui tante ragazze reclamano il diritto di non essere chiamate “cagne“. A nessuna viene in mente che non dando peso a un insulto, chi ce lo rivolge si stufa di ripeterlo. Se nessuna si offendesse, il tizio che qualche mese fa, a un cosplay, lanciava croccantini alle visitatrici, si sarebbe divertito lo stesso? I maschi adolescenti, sapendo che la ragazzine se ne infischiano, pubblicherebbero ancora le loro foto rubate in short accusandole di poca serietà? Probabilmente no. Da approfondite verifiche alla portata di ogni donna è infatti possibile accertare che se uno o più uomini, e anche qualche donna per piaggeria, ci chiamano “cagna” o “puttana”, non decade il nostro diritto al voto, né ci decurtano i versamenti della pensione. Non succede assolutamente nulla e non ce ne siamo ancora accorte. E se un uomo ci lascia perché siamo tacciate di avere “una brutta reputazione”, dovremmo ringraziare il cielo perché non ci meritava. Se i vicini ci guardano storto, come succedeva a Tiziana Cantone, peggio per loro.

Qualcuno deve prendersi l’incarico di spiegare alle ragazze che fare sesso troppo presto sarà pure da biasimare, non perché diventano cagne, ma perché l’educazione sessuale qui è un tabù e quell’esperienza rischiano di affrontarla senza la giusta preparazione e senza le necessarie precauzioni. E qualcuno (chi: i genitori, gli insegnanti o…?) deve avvisarle che se poi lo fanno, e capita un “gentiluomo” che le riprende e le ricatta (continua a leggere)