Madre Teresa di Calcutta, quando la incontrai

Madre Teresa di Calcutta, quando la incontrai


Madre Teresa di Calcutta visse in un’epoca di inspiegabile futilità e ipocrisia. In Italia si faceva la coda nei negozi che importavano Scuba Swatch dall’America, e te ne consegnavano al massimo due per accontentare tutti. Gli uomini ondeggiavano in discoteca al Gilda con giacca e cravatta, in posa da Michele intenditore di whisky con cui cercavano di fare colpo su venticinquenni truccate come Silvana Pampanini. A mezzanotte, quando la peristalsi intestinale era ormai inchiodata in modalità “dormi”, buttavamo giù piatti di pennette alla vodka maneggiando la forchettina di plastica come fosse argenteria, e ponendo le basi delle nostre future diverticoliti, delle coliti spastiche e reflussi gastroesofagei.

Sembrava che in Italia tutto andasse a gonfie vele, bastava cercare di sembrare qualcuno. L’immagine pubblica era quello che contava. Io contribuivo al trend generale prendendo lezioni di equitazione per interpretare, nella vita di tutti i giorni, il ruolo della lady inglese abbigliata in Max Mara. Ma le prendevo in uno scalcagnato maneggio poco lontano da Roma in cui il gestore, padre di un bel ragazzetto che gironzolava in jeans strappati e maglione sdrucito, inconsapevole che in futuro sarebbe diventato una star del cinema, faceva echeggiare colorite imprecazioni in cui il padreterno veniva sostituito da Christian Dior.

Dopo un breve tirocinio con Fulmine, un orgoglioso ex campione baio ormai trentenne, mi era stato assegnato un anglo-arabo di nome Balente soprannominato “motokiller”, perché disarcionava tutti un minuto dopo essergli montati in groppa, e se non ci riusciva attaccava a correre come un dannato. Con tutti tranne me. In realtà, il poverino era affetto da spondiloartrosi, una specie di mal di schiena equino, e si comportava bene con me solo perché pesavo quanto un pacchetto di Chipster. Ma questo si scoprì solo più avanti, dopo aver ipotizzato suggestive affinità elettive fra umana e bestia forse mai esistite, dato che avevo le chiappe livide di morsi che mi assestava, torcendo il collo, mentre gli montavo in groppa.

Dopo un’ora di esercizi al maneggio, portavo sempre Balente a fare una passeggiata in campagna insieme a Mariù, una cavallerizza sudamericana quarantenne che lavorava per una multinazionale del tabacco. Mentre gustavamo la natura, Mariù mi spiegava che non ci sono prove di una correlazione fra il cancro ai polmoni e il fumo. Anzi, affermava orgogliosa che nessuno aveva mai riscosso il premio di un miliardo promesso dalle compagnie, come provocazione, a chi sarebbe riuscito a dimostrarla. Quasi era riuscita a convincermi, tanto si appassionava.

Una mattina, mentre i nostri cavalli sfoltivano un cespuglio di piselli selvatici mandando giù anche tutti gli insetti che lo abitavano, la mia compagna di trotti esordì che doveva affrettarsi a rientrare, fare una doccia, sbrigare un sacco di faccende del sabato e andare a letto presto «perché domani mattina devo andare a prendere Madre Teresa all’aeroporto». Venne fuori che faceva parte di una rete di volontari che si accollavano l’incarico di recuperare la santa donna a Fiumicino ogni volta che sbarcava.

Non ero più cattolica dall’età di 12 anni, da quando avevo visto un parroco lanciare anatemi su tutta la comunità durante la messa perché le offerte nel cestino gli sembravano scarse. Ma la curiosità di incontrare una vip era tanta che, da quel giorno, ho iniziato a chiedere alla mia amica pro-tabagismo, a molesta ripetizione, di farmela incontrare. Intanto, a mano a mano che si diffondeva in famiglia la possibilità incombente dell’incontro, si aggiungevano alla comitiva nuovi «voglio venire anch’io», per cui, arrivati al numero di quattro mi sono cucita la bocca. La più euforica era mia madre, che desiderava da tempo di ridurre al minimo i gradi di separazione col padreterno per chiedere qualche raccomandazione.

Finalmente, una mattina in cui devo essere stata più insistente del solito, Mariù accettò e mi diede appuntamento per l’alba di due freddissimi giorni dopo, prendere o lasciare, nella dimora romana delle Suore Missionarie della Carità al Celio.

La sveglia puntata alle tre e mezza come quella di un benedettino suonò con efficienza. In piena fase Rem interruptus, mi sono vestita così in fretta da non lasciare manco il tempo alla serotonina di diffondersi, per cui chiedevo allo specchio qual è il senso della vita. Riuscii ad essere puntuale solo grazie a una tazza di caffè, che su di me aveva l’effetto di un cucchiaio di cocaina perché non ne bevevo dall’età di 14 anni.

All’ingresso della casa di Madre Teresa, una suora col famoso sari bianco bordato d’azzurro faceva levare le scarpe a tutti prima di permettere l’accesso ad una grande stanza spoglia. Una ventina di persone sedevano già a terra su vecchi tappeti che non lasciavano scoperto un centimetro di pavimento. Tre prelati davanti a un rudimentale altarino si presentarono come i vescovi di alcuni dei paesi più poveri dell’Africa più nera e più misera che nemmeno ricordo quali fossero perché il pensiero mi smuoveva tanta compassione da doverlo rimuovere.

Iniziarono a servire messa. Non ne vedevo una da quel famoso momento, a 12 anni, in cui avevo deciso di impiegare diversamente la domenica mattina. Ma mi sentivo abbastanza sicura per ritenere che non fosse una messa normale, perché al posto dei soliti, noiosi sermoni di frasi fatte che ricordavo, si parlava delle condizioni del terzo mondo. Quei tre non stavano chiedendo soldi, solo di non dimenticare l’esistenza dei popoli in difficoltà. Non mi stavo annoiando per nulla, avevo quasi dimenticato perché mi trovavo lì e mi sembravano molto onesti.

Poi ho sentito un fruscio alle mie spalle e quando mi sono voltata ho trovato, incastrata in uno spazietto avanzato fra me e altre due persone, Madre Teresa di Calcutta in persona. Era entrata a funzione iniziata, si era accosciata a terra e si era subito raccolta in preghiera, noncurante dell’inevitabile brusio che si stava sollevando a mano a mano che la notizia del suo arrivo si diffondeva nella stanza. Il rumore più forte era quello del gomito che mia madre martellava sulle mie costole, convinta che, come in Anna dei Miracoli, fossi un’infelice sorda e cieca che non si accorgeva di nulla.

Invece, un lembo del sari bordato d’azzurro era andato a coprire la mano su cui ero puntellata, e non osavo muoverla per sperimentare se la santità si trasmette per osmosi. Dotata da sempre di ampio campo visivo, ignorando il resto della funzione che era entrata nella fase liturgica, riuscivo a sbirciare i piedi nodosi della santa, una via di mezzo fra quelli di Yoda e le zampette di un vecchio pappagallo cresciuto in cattività. Mi aspettavo che un fulmine mi incenerisse di lì a poco per aver evocato un’immagine così offensiva.

A messa conclusa, ignorando le mani che si offrivano di aiutarla, Madre Teresa si è alzata in piedi e mi ha afferrato per un braccio con una presa decisa. Arrivava a malapena alla mia spalla – non credevo esistessero persone così basse da arrivare alla mia spalla -, ma emanava una tale energia da mettermi a disagio. Alla velocità della luce, mia madre sfoderò un biglietto da centomila lire e glielo ficcò in mano prima che urlassi «Ma che fai?». La sua mazzetta per le raccomandazioni col padreterno era stata consegnata. La santa bofonchiò un «thank you, thank you» e cacciò la banconota in una scarsella di stoffa bianca che le pendeva dalla cintura. L’atto di mia madre diede la stura all’emulazione e i biglietti da cento cominciarono a piovere da ogni dove nelle mani della santa.

Terminato l’incasso, borbottando torva istruzioni in inglese, mi trascinò con sé e io mi trascinai mia sorella per avere una testimone, ne caso mi avesse chiesto di prendere i voti. Un po’ per spararmi la posa da prescelta, un po’ perché ho pensato che un giorno avrei raccontato quel momento per mestiere, l’abbiamo seguita come cagnolini ammaestrati in un’altra stanza dove, parlottando senza mai guardarci in faccia, ci affidò qualche santino e una manciata di medagliette della Vergine da distribuire ai presenti. «There’s so much to do», continuava a ripetere mentre annuivamo.

Tornate dagli altri, ho distribuito con lei quella paccottiglia ma ho conservato una medaglietta per me come ricordo. Le sono rimasta vicino come un’invidiata bodyguard fino a quando lei ha tenuto un breve comizio a metà fra il cazziatone perché tutti abbiamo colpa della povertà nel mondo, e la fortuna di avere Dio onnipotente che però ci perdona per questo. Invitando tutti a darsi da fare per aiutare i più sfortunati, salutò e, già concentrata sul resto della giornata, girò sui tacchi e sparì dietro una porta inaccessibile, lasciandomi con un senso di incompiutezza mistica. La gente che aveva assistito alla messa rimase disorientata. Poi cominciarono a rimettere nelle borse telecamerine e macchine fotografiche e ad avviarsi all’uscita.

Pochi mesi dopo iniziai a lavorare per Riccardo Schicchi. E l’amicizia con Mariù si incrinò. Mi disse che ero una persona immorale e che non voleva avere più niente a che fare con me. Le risposi che il porno magari farà diventare ciechi, ma almeno non fa schiattare di cancro ai polmoni. Ci siamo scambiate un paio di pii fanculi, lei ha attaccato il telefono con violenza. Ho capito che il suo volontariato serviva a placarle la coscienza, altrimenti non se la sarebbe presa tanto. Non la sentii mai più.

Anche Madre Teresa però, lasciarci così, quel giorno, senza nemmeno un numero di telefono…