Siamo tutti pervertiti

Siamo tutti pervertiti


Sì, hai letto bene: pervertiti. Un esempio? Se a letto non hai mai trovato la soddisfazione tanto decantata dalle amiche, perché non provare con le api? Non a mangiarle, che fanno male: a dar loro fastidio. Perché se una accidentale puntura dovesse suscitarti pensieri roventi, avrai finalmente scoperto la tua tendenza nascosta: sei melissofila. La melissofilia, con estimatori che tengono le arnie in giardino, è solo una delle tante perversioni sessuali seguite da schiere di fans in tutto il mondo. Gli americani, ultimamente, ci stanno facendo i conti per via di un libro intitolato Perv. Viaggio nelle nostre perversioni (uscito in Italia per Utet), scritto dallo psicoanalista Jesse Bering con l’obiettivo di farci riconsiderare quelle che, correttamente, vanno definite parafilie, ovvero pratiche sessuali alternative.

«Anche tu sei un pervertito», esordisce l’autore nella prima pagina del saggio zeppo di curiosità morbose, scabrose, divertenti, e molto diffuse. «Ho notato che mio marito guardava in un certo modo le infermiere in ospedale. Mi sono comprata una divisa, sexy», racconta una trentaseienne milanese. Vanno come il pane anche quelle da poliziotta, da supereroina dei fumetti e da suora, tutte acquistate da gente insospettabile rubricata invece alla voce “feticisti del travestimento”. L’insegnante di vostro figlio potrebbe nascondere un set di décolleté (usate) da baciare, il vostro medico potrebbe indossare abiti femminili nei momenti intimi, come il regista americano Ed Wood, che sfoggiava golfini d’angora con le sue donne. E in Giappone le mutandine usate da studentesse si compravendono a iosa.

Insomma, ognuno di noi ha indugiato almeno una volta in bizzarri desideri erotici che si concentrano su un oggetto (il feticcio) o su un’azione particolare, ma che non ammetteremmo mai pubblicamente. Questo perché se le fonti di eccitazione sono molte, il nostro concetto di illecito è condizionato dall’educazione, e dal disgusto sviluppato durante millenni di l’evoluzione per scansare i soggetti inadatti a riprodursi. Ma siccome non vale per tutti, fatta eccezione per quelle da biasimare, che coinvolgono partner non consenzienti (come pedofilia e zoofilia,) dovremmo essere più comprensivi verso queste manie, perché se fossero usanze comuni non ci scandalizzeremmo. Facile a dirsi. Bering fa notare che fino a poco fa anche l’omosessualità era considerata una perversione, addirittura un reato: il rettore Scully di Masters Of Sex si sottopone a una terapia per liberarsene negli anni ’60. Ma così come l’omosessualità non è “curabile”, non lo sono nemmeno le parafilie.

Quelle pericolose si possono tenere a bada, ma la percentuale di recidiva è alta: un guaio per i climacofili, che provano orgasmi intensi solo ruzzolando giù per le scale. Sovente neanche l’analista riesce a raccapezzarsi sulle cause. Alcune si manifestano in tenera età, come accade in Kissed, film del ’96 (persino romantico) su una necrofila che già da bambina colleziona animali morti. La psicanalisi si limita a catalogarne otto (compresa l’urofilia, gettonatissima), perché ne saltano fuori di nuove in continuazione. C’è il giovanotto romano che confessa di trovare irresistibili le over sessanta col trucco sfatto, quello regressivo che con le sue donne indossa il pannolone (quanta pazienza?), e nel saggio Personal Porno (Fazi), Federico Ferrazza racconta di un tale che mentre la partner si spoglia ha bisogno che nel suo campo visivo entri anche un termosifone.

I non troppo rari acrotomofili cercano partner privi di un piede (uno solo: se ne mancano due, cilecca), contrapposti ai più diffusi podofili, o feticisti dei piedi. «Per anni sono stata corteggiata da un tenero ma tenace giovanotto che cercava di convincermi a non lavare i piedi per un paio di giorni, per poi farglieli annusare infilati nelle calze», racconta una quarantacinquenne di Roma. E pare che Peter Dinklage de Il Trono di spade abbia portato alla luce l’orgoglio anastemofilo, gli attizzati da persone di altezza sovra o sottodimensionata. Pericolosi deviati? «Se non fai male a qualcuno, o a qualcosa, e se la tua sessualità non ti provoca sofferenza, non ci sono le condizioni perché la tua parafilia sia intesa come malattia mentale», dice Bering.

Perfetto. Quindi, chi è in attesa di vedere passare a miglior vita (accidentalmente) il proprio uomo perché come salma la ecciterebbe di più, abbia l’accortezza di farsi lasciare un documento in cui lui l’autorizza a fare uso delle sue spoglie mortali. Come spiega l’avvocato Daniele Bocciolini (che trasecola per la bizzarra consulenza) «in base all’articolo 50 del c.p., il consenso prestato anticipatamente potrebbe farvi assolvere dall’accusa di vilipendio di cadavere». Buono a sapersi, per poche. Le altre, includano pure le ultime righe fra le dieci cose da dimenticare.

L’opinione di Chiara Simonelli, Psicosessuologa dell’Università La Sapienza di Roma

È vero, qualche perversione può mettere pepe nel rapporto, ma c’è una bella differenza fra chi segue parafilie soft (anche comprare tante scarpe è un feticismo) e il pervertito vero. In questo periodo di relativismo morale, valutare i danni non è facile. Quando infatti per accedere al proprio immaginario erotico il feticcio, o un rituale specifico, diventano indispensabili o addirittura gli unici protagonisti della prestazione, finisce che non ho più una relazione con te ma con una parte di te, con la tua caratteristica particolare, e questo rende attraente chiunque altro la manifesti. Il parafiliaco (gli uomini sono in netta maggioranza) è poi compulsivo, si ripete all’infinito, e questo può risultare monotono per il partner che si è adattato per amore. Inoltre, purtroppo, il parafiliaco è spesso anche egosintonico, ovvero, non ha nessuna intenzione di abbandonare la sua perversione perché ci si trova fin troppo bene. E il disagio finisce per provarlo solo chi gli sta vicino: il partner. E spesso anche le mamme, che ne vengono a conoscenza per caso e si imbarazzano tanto.

(Pubblicato su Gioia – illustrazione di Jose Maria Andres)