Matrimoni gay: vi racconto a che servono

Matrimoni gay: vi racconto a che servono


matrimoni gay sono diventati legali in tutti gli Stati Uniti e a dare l’annuncio è stato un presidente nero. Come giustamente ha fatto notare qualcuno su Facebook, c’è chi oggi si mangia il fegato per tutto questo “intollerabile” progresso dell’umanità. Ma scherzi a parte, vi voglio spiegare perché lottare per un diritto alla felicità, che non cambia niente a chiunque sia contrario, non è “buonismo” ma un atto dovuto per potersi vantare di vivere in una nazione decente.

Parecchio tempo fa lavoravo in un palazzo dove abitava anche una transgender non operata ecuadoriana. Era una signora dall’aspetto molto materno, emigrata in Italia da 21 anni, che dalla famiglia d’origine, rimasta in Ecuador, aveva sempre ricevuto tutto l’appoggio possibile. Nello stesso palazzo abitava un’altra transgender chiassosa, che ostentava ori e borse griffate ed era sempre aggressiva con tutti. Questa, al contrario dell’altra, era stata allontanata dalla famiglia d’origine in Argentina, dove il machismo imperante non permetteva di tollerare un figlio gay (chissà come avranno commentato i matrimoni gay in Usa!). La differenza di equilibrio e serenità fra le due era lampante.

La mia amica ecuadoriana, che chiamerò col nome finto Caterina, conviveva da due decenni con un uomo sinceramente innamorato. Nonostante il suo compagno la esortasse a emanciparsi, Caterina sentiva il bisogno di esasperare la sua femminilità abbracciandone il vecchio concetto patriarcale. Impersonando quindi il cosiddetto “angelo del focolare” e coltivando la modestia. Indossava lunghe tuniche sulle forme generose, capelli sciolti, poco trucco, tacchi bassi. Parlava con la voce bassa e flautata e le piaceva accudire la casa come un nido d’amore e invitare le amiche a prendere il caffè dopo pranzo, mentre il suo uomo era al lavoro.

Finché un’orribile mattina il suo compagno non si sveglia: un infarto lo aveva stroncato nel sonno. Caterina è devastata e noi amiche non riusciamo a consolarla. Piange disperatamente la sua perdita, la persona più importante della sua vita. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Il giorno dopo, mentre Caterina era all’obitorio per passare ancora un po’ di tempo con quel corpo che aveva tanto amato, i parenti di lui calano come avvoltoi sulla casa di cui sono a pieno diritto gli unici eredi. Ed equipaggiati di tutte le armi legali per vendicarsi, finalmente, dell’onta che il defunto aveva gettato sulla famiglia convivendo con un uomo effeminato, hanno fatto scempio dei loro ricordi.

La serratura è stata immediatamente cambiata, tutti gli oggetti che Caterina e il suo uomo avevano messo insieme in tanti anni, sequestrati. Tovaglie, suppellettili, mobili. Persino le creme per il viso in bagno. Tutto. Quando Caterina è tornata a quella che non era più casa sua e si è accorta che la chiave non entrava più, ha capito subito cosa era successo e, rassegnata, non ha potuto fare altro che chiedere ospitalità a una delle sue amiche. Non aveva nemmeno i contatti per parlare con quelle persone che avevano sempre finto che lei non esistesse e ora facevano scempio della sua vita privata.

Consultare un avvocato ha solo confermato quello che Caterina pensava: la casa era di proprietà del suo compagno (lei stessa aveva sempre, stupidamente, rimandato la spesa della parcella del notaio quando lui insisteva a donargliene metà) e i diritti che poteva vantare sull’eredità erano pari a quelli di una studentessa che affitta una stanza da qualcuno che poi tira le cuoia improvvisamente. Ma Caterina affronta tutto con dignità e senza fare drammi. Dice che se la sarebbe cavata, in qualche modo.

La ruota ha cambiato il suo giro proprio mentre si reca alla Standa a comprare un po’ di mutande nuove, perché a separarla dal cassetto dove sono le sue, c’è una porta invalicabile. Riceve dalla Germania, dove lavorava, la telefonata della sua sorella minore Anna. E quando le racconta le brutte novità cercando di non farla preoccupare troppo, quella le dà della sciocca e le ricorda dell’atto d’amore che anni prima il defunto aveva compiuto per lei. Aveva sposato Anna per assicurarle la permanenza legale nell’Unione Europea.

Anna è arrivata a Roma due giorni dopo, forte dei suoi diritti di legittima consorte del defunto, e ha scoperto che se i parenti miserabili avevano sempre finto che Caterina non esistesse, anche lui non gli aveva mai svelato di essere sposato (e non l’avevano ancora scoperto). Le hanno dovuto consegnare le chiavi di casa e rendere il maltolto, masticando la bile.

Caterina ha poi ricevuto in dono dalla sorella la quota di eredità ed è tornata a vivere nella casa dove aveva condiviso metà della sua vita con qualcuno che le voleva bene. Tutto, a parte la tristezza di essere rimasta senza il suo amore, è finito per il meglio. Ma se in Italia i matrimoni gay fossero legali, non ci sarebbe stato bisogno del colpo di fortuna o della mano de dios.
A proteggerla, dall’alto, sarebbe stata la Legge.