Ritorno a Diva Futura

Ritorno a Diva Futura


La targa dello studio ginecologico una volta non c’era. Peccato, perché un ginecologo nel regno di Diva Futura avrebbe suggerito l’attacco perfetto per un articolo a decine di giornalisti in pellegrinaggio recidivo, oltre a suscitare qualche risata maliziosa nei visitatori. E a me avrebbe risparmiato le traversate della Cassia perennemente intasata, ogni volta che le giovani spogliarelliste straniere chiedevano a manine giunte di accompagnarle alla visita periodica.

Al di là della targa c’è un giardino ben rasato, grandi scalinate in ferro e travertino e alberi alti. Il comprensorio dove Riccardo Schicchi aveva creato il suo quartier generale doveva essere davvero bello nel giorno dell’inaugurazione. Un esempio di architettura anni ’70. Da allora, però, i parapetti metallici dei balconi hanno cominciato a lacrimare una fuliggine grigia che ha rigato le quattro palazzine intonacate a guscio d’uovo, e l’umidità dal basso ha conferito a tutto un’aura di pigra decadenza. Il cancello, davanti al quale ho appuntamento con Eva Henger, è dipinto in tinta ruggine: «per portarsi avanti con i danni del tempo», ironizzava Schicchi con gli amministratori del condominio.

Poi Riccardo ha perso la partita con il diabete e ora le fasi del lutto si stanno dipanando con rassegnata regolarità. Dapprima c’è stato lo stupore: lui moriva in continuazione perché prendeva a calci la salute, ma resuscitava sempre. Infine le esequie, che su Facebook hanno fatto da spunto per le battute sulle pompe funebri, ma per i pornosauri sono state una commovente reunion di produttori, attrici e registi che non si incontravano più da quando internet ha massacrato il settore. Sembrava un edizione fuori stagione dell’Hot d’Or, la consegna degli Oscar hard francesi dove una volta si recò anche Schicchi, insieme alle sue predilette, per ricevere il premio alla carriera. Ora bisogna mettere mano allo sterminato archivio di diapositive, riviste, gadgets, calendari e paccottiglia che il re del porno italiano ha messa da parte per quarant’anni in una sorta di ordinato disturbo da accumulo compulsivo, e fare in modo che non vada perso.

Eva arriva a bordo di una Cinquecento rosa confetto. L’immutabilità deve essere nella genetica delle ungheresi perché la Henger non è cambiata, se possibile è migliorata, rispetto a quando ci siamo conosciute nel ’92 sul camerino-soppalco del Fans Club, storico locale dell’Olgiata. Nella vita quotidiana non veste mai da vamp, però i jeans aderenti le sottolineano le gambe perfette e il leggendario fondoschiena. Il portiere dello stabile mi dice che Ilona Staller è appena uscita e non potrò passare a salutarla – sarà per un’altra volta – e mi avvio verso quello che per dieci anni è stato il mio posto di lavoro. In un flashback irreale Moana Pozzi ci viene incontro scendendo le scale a passo di marcia. Un ologramma di Milly D’Abbraccio con gli occhiali da sole e il pareo legato intorno ai seni si dirige verso la piscina comune, dove anche i bambini mollavano le paperelle di gomma per fissarla incuriositi.

Le pornodive preferite dagli italiani vivevano tutte lì. Riccardo Schicchi riusciva a radunarle e custodirle come un pastore. In quel costoso centro residenziale un po’ defilato, possedeva una tal quantità di unità immobiliari da dettare legge durante le riunioni condominiali. Tutto si svolgeva lì, tra due uffici, uno studio fotografico, tre abitazioni e una serie di box stipati di vecchi ricordi. Guai a chiedergli di buttar via qualche manifesto ingiallito, una rivista macchiata, un costume di scena tarlato. Anche il cartonato promozionale di Succhiatrici di polline, esplicita pellicola del ’92, per lui aveva un importante valore storico. Gridava al sacrilegio se Ilona svuotava il proprio box, recuperava tutto quello che poteva dal mucchio già pronto per la discarica e lo portava via.

Entrare nella sua abitazione da scapolo era come partecipare a una puntata di Sepolti in casa. Eppure riusciva quasi sempre a ritrovare ciò che gli serviva. Tranne una volta: quando cercò cercò disperatamente una videocassetta in cui, giurava, c’erano Cicciolina e Berlusconi al ritorno da una vacanza insieme, ma che nessuno però ha mai visto. Al pianoterra della palazzina numero 1 ci sono due sole porte. Parecchi anni fa permettevano entrambe accesso al cuore dell’agenzia Diva Futura. Una all’ufficio di rappresentanza, col terrario di Pitopito, e poi di Tinta, i pitoni di Cicciolina. Lì venivano accolte le troupe televisive, gli ospiti importanti e ogni tanto si girava anche qualche filmetto, giusto per cambiare location. Oggi, delle pareti scorrevoli a mosaici di vetro serigrafati, dei faraonici mobili in balza dorata e della vasca a forma di cuore dove le stelle di Diva Futura si spogliavano e si lasciavano fotografare dal loro manager, non è rimasto nulla. Nel ’98 un’incendio doloso a opera di uno stalker che perseguitava Eva ha spazzato ogni traccia e quel piccolo luna park è stato sostituito da una comune abitazione.

Eva apre invece un’altra porta poco più in là, quella dell’ufficio dove avevo la mia postazione. Del perenne odore di chiuso che mi accoglieva ogni mattina è rimasta solo una lieve traccia. Ma i due cavallini a dondolo sono ancora lì, ultimi segni della gioiosa macchina da guerra di cui Riccardo Schicchi era il motore. Per lui, che detestava sentir parlare di “scuderia” del porno, quello era l’unico elemento equestre oltre alla leggenda metropolitana del film di Cicciolina con lo stallone, mai girato. «Abbiamo fatto dipingere le mutande alle ragazze», mi fa notare Eva indicando con un sorriso le donnine di Milo Manara affrescate all’ingresso. «Mi dispiaceva farle coprire con la tempera». Le campanelle di vetro che una volta pendevano dal soffitto sono posate ordinatamente su uno scaffale. Del divano di velluto rosso, a forma di bocciolo, dove Schicchi relegava sadico gli aspiranti attori chiedendogli un’erezione a comando in cinque minuti, è rimasto solo il centro, il resto è stato sventrato dai topi. Non c’è più nemmeno il sofà dove si sedeva Moana quando il capo era in ritardo all’appuntamento, così basso da costringerla a stendere le gambe interminabili quasi fino al centro dell’anticamera.

Anche la mia vecchia scrivania, rigata dal taglierino per preparare le bozze della pubblicità dei locali, è stata buttata via. La sera, quando ero già a casa, anche lì sopra capitava che girassero l’ultima scena di un film: ci ho messo mesi a capire che l’olio di cui la mattina trovavo piene le nicchie passacavi era un lubrificante. Da lì prendevo le telefonate dei fans, dei maniaci, dei politici, dei famosi che chiamavano per gli auguri “ufficiosi” di Natale al capo. A destra della scrivania c’era l’archivio segreto in cui Riccardo aveva catalogato con precisione certosina milioni di diapositive. Quelle sopravvissute all’incendio, ancora nelle buste dove le ha riposte, ora sono sparse tra la sua abitazione e lo studio fotografico al piano di sotto, dove sono passate più donne nude che nello spogliato di un fintess center. E dove per uno dei suoi tanti scheri malefici, Schicchi fece in modo di farmi trovare faccia a faccia con Rocco Siffredi a spada sguainata.

Scendiamo nel seminterrato. Lo studio è ancora lì, ma lo scenario è apocalittico. O meglio, i resti. I fondali che la maggior parte degli uomini ricorderebbero per averli visti su Blitz o Playmen sono accatastati a terra e coperti da pezzi di scenografie. La sensazione è che Schicchi tenesse saldamente in mano un mazzo di fili, come un burattinaio esperto. Appena mollata la presa, a causa della la malattia, tutto è crollato. Ma Eva trova il tesoro: un pacco di dispositive rarissime. Sulla busta c’è quella calligrafia inconfondibile, un po’ in corsivo, un po’ in stampatello, che Riccardo mi costrinse a imparare per firmare gli assegni al suo posto, quando era all’estero.

Erano state preparate per una mostra su Moana, sono inedite: Eva me le consegna perché siano pubblicate, con la promessa di restituirgliele, e mi regala una copia di Oltraggio al pudore, l’autobiografia del ’95 di Schicchi. Si è fatto tardi, lei deve tornare dalla figlia. Mentre esco dal vecchio ufficio, un ricordo torna prepotentemente a galla: il colloquio di lavoro di vent’anni prima, quando Riccardo mi scelse perché sono del segno dei Pesci e amo i gatti, come lui. Ripenso all’ostinazione con cui ci siamo dati del lei per vent’anni, una regola a cui abbiamo trasgredito solo durante la telefonata di qualche settimana fa. Senza sapere che era l’ultima.

(Per gentile concessione di GQ Italia; pubblicato nel numero di febbraio 2013)