Alla fiera ricordando Moana Pozzi

Alla fiera ricordando Moana Pozzi


Alla fiera Erotica di Roma era tutto perfetto. C’erano Eva Henger e La Venere Bianca, impegnate in un ufficioso duello di popolarità all’ultimo vibratore per conquistare il trono lasciato vacante da Moana Pozzi.
C’era la stella francese Julia Chanel e l’ungherese Simona Valli, la stangona Deborah Wells e la rumena Pussycat, e un esercito di stelline. Un padiglione ospitava spettacoli soft aperti al pubblico, mentre nella dark room a pagamento lo show diventava decisamente bollente. Tutto era erotizzato. Persino il bar, al posto di liquori e cioccolatini, aveva messo in vetrina due ragazze con le tette al vento.
Ce n’era anche per le signore. Molte imboccavano un tunnel stipato di bei ragazzoni che le tastavano e sbaciucchiavano nella penombra, democraticamente, anche se erano racchie. Una cinquantenne con zoccoli da spiaggia non usciva più. Il marito, in bermuda e canotta a rete sul ventre gonfio, dovette chiamare la security per farla uscire fuori da lì.
Due volte al giorno c’era anche lo spettacolo di un gruppo di spogliarellisti che si rifacevano ai Chippendales, secoli prima dei California Dream Man e dei Centocelle Nightmare. L’atto finale dello show, il più atteso, consisteva in uno sfrenato cancan in gonna e crinoline, con i piedoni infilati nelle décolleté col tacco. Quando i ragazzi entravano in scena conciati in quel modo gli applausi si scatenavano e la gente andava in delirio. Persino le pornostar si precipitavano sotto il palco per rivederli più e più volte.
Mediterranea, una biondina pugliese col destino da meteora stampato sulla fronte brufolosa, mi tirava sempre per una mano. «Vieni anche tu! Molla quel banco di videocassette e vieni a farti due risate», mi diceva euforica cercando di strapparmi dal lavoro.
Il signor Schicchi cercava un modo per sfruttare tutto quell’assembramento. Per lui niente doveva andare sprecato. Un paio di telefonate, e il giorno dopo, il nostro tipografo cleptomane di fiducia aveva già consegnato 5000 volantini stampati fronte retro, con l’indirizzo e gli orari degli spettacoli del Fans Club e del Blue Moon.
«Le va di distribuirne qualcuno?», mi chiese Riccardo Schicchi, il mio capo, passandomi qualcuno dei mazzetti di volantini, pesanti come fermacarte di bronzo e tenuti insieme da un elastico strettissimo.
Mi avviai controvoglia verso la folla e cominciai a distribuirli uno per uno, come avevo visto fare nelle strade. In pochi minuti avevo già accumulato dietro di me un codazzo di maniaci molesti che non si disperdevano nemmeno cambiando spesso postazione. Il signor Schicchi se ne accorse e arrivò in soccorso.
«Non si fa così. Ora le mostro io».
Sfilò via il primo elastico e lanciò il mazzo di foglietti sulla folla, che esplosero in aria come una bomba di coriandoli e ricaddero lentamente nelle mani tese dei curiosi. «Vede? Non è difficile».
Provai a imitarlo, era facile. Li lanciavo con meno foga di lui e quando cadevano sembravano foglie autunnali, ma era divertente. Il signor Schicchi sfilò un altro elastico e si cimentò in un altro lancio.
«Queste sono ottime occasioni per promuovere la nostra attività», mi spiegava serio mentre ricopiavo i suoi gesti. «Le fiere, per l’agenzia, non sono economicamente vantaggiose come sembra. Ad arricchirsi sono le artiste, anche l’ente organizzatore, ma…». Mentre ascoltavo attentamente la lezione mi accorsi che stava lanciando l’ultimo dei suoi blocchetti senza liberarlo dall’elastico.
Il mattone di carta partì dalla sua mano come un razzo prima che potessi fermarlo. Disegnò una veloce parabola discendente e atterrò al centro della folla. La musica stava proprio attraversando un momento di pausa, sufficiente a far risuonare per tutto il padiglione l’imprecazione teologico-suina che si era innalzata dalla calca.
La gente si strinse immediatamente in un capannello intorno al ferito.
Guardai allarmata il signor Schicchi, che a sua volta mi fissò con gli occhi spalancati. Poi sfoderò un ampio sorriso a denti stretti.
«Scappiamo!», mi disse prima di fuggire verso il nostro stand.