Chi ti consolava meglio di Riccardo Schicchi?

Chi ti consolava meglio di Riccardo Schicchi?


Non lavoro più con Riccardo Schicchi da qualche mese e i tempi duri in arrivo si prevedono facilmente. Persino alla festa di compleanno del patron di Playboy Hugh Hefner si tira la cinghia.
L’andazzo un po’ mesto si preconizzava già all’ingresso dove, al controllo degli inviti, un addetto esortava senza troppi riguardi a parcheggiare l’auto lì e proseguire a piedi (con i tacchi alti) sull’interminabile salita a tornanti che porta a Villa Miani.

È una notte di luna nera di fine giugno insolitamente così fredda da aver dovuto indossare calze coprenti dopo un inverno inesistente, e a nessuno è venuto in mente di segnare il tragitto con qualche fiaccola. Meno male che la strada si illumina saltuariamente con i fari delle vetture di chi può permettersi un autista, le uniche autorizzate a salire indisturbate fino a destinazione. In cima alla collina scopro che l’happening non è all’interno della villa che speravo di visitare da quando, da bambina, ci passavo davanti per andare la circo e ci facevano le feste con le star, bensì in un grande gazebo eretto in giardino dove la temperatura viene mantenuta a livelli accettabili dalle stufe a ombrello sparse qua e là.

L’ambiente è saturo di candele profumate – tutte quelle che mancavano lungo la strada – e sospetto che almeno la metà le abbiano accese le starlette senza futuro che vagano in sala, per ringraziare la Madonna di avergli fatto rimediato l’invito.
Peccato che le aspettative miracolose sono disattese quasi subito: chi credeva di fare incontri utili alle sue public (e pubic) relations, si ritrova faccia a faccia con i soliti noti: nobili decaduti che aspettano il buffet con i crampi allo stomaco, un po’ di frollata carne da reality, vecchie glorie stazzonate. Di ospiti venuti d’Oltreoceano, manco l’ombra, a parte il festeggiato.

Il poligamo Hefner e le sue tre mogli del momento, Kendra, Holly e Bridget, sono rintanati nell’angolino di un privé tappezzato da manifesti del rutilante canale E! Entertainment e limitato dall’odiosa catenella di sbarramento, roba che non si vedeva dai tempi dei Duran Duran, nemmeno incombesse chissà quale minaccia terroristica sulle teste del vegliardo. E a far credere che la situazione sia critica ci provano disperatamente gli ottusi golem del servizio di sicurezza che, incapaci di riconoscere i volti noti in sala, innescano una sequela di incidenti diplomatici e creano un muro impenetrabile contro chiunque tenti di scattare una foto al vecchietto, come se gli obiettivi potessero sputare freccette al curaro. Ma cosa pensavano fosse venuta a fare la gente, se non per vedere lui e le bambolone?

L’onnipresente Patrizia de Black, al culmine della sua sboccata fama, è invitata ad allontanarsi a distanza di sicurezza. L’eburnea sexy star di Riccardo Schicchi Edel Weiss – richiesta dall’organizzazione, mica imbucata – fatica a varcare la catenella per raggiungere il posto che le spetta a fianco alla cariatide. Le uniche a passarla liscia sono la soubrettona congolese Sylvie Lubamba, che entra sempre dappertutto come Diabolik, e Ilona Staller perché l’accortezza di rispolverare una coroncina di strass, forse idea di Riccardo Schicchi, l’ha resa riconoscibile anche ai casi più disperati.

Appena vedo Ilona agito la mano chiedendole di farmi entrare con lei nel privé, ma non mi vede. La chiamo sul cellulare ma il terminale è spento. Edel Weiss, mi vede, ma non è abbastanza famosa da includere altra gente nella cerchia, e si premura di avvisare la decana delle sexy star. Ilona si volta dall’altra parte, sembra non capire la sua lingua oppure non riesce a mettermi a fuoco da quella distanza. Edel Weiss fa spalluce, faccio spallucce anch’io e mi allontano. Vago nel brusio che la musica mal diffusa non riesce a coprire e scatto una foto a Simone Inzaghi. Se ne accorge e mi fa il pollice alto. Meno male, di solito si urtano tutti. Bacio Roberto D’Agostino, venuto fin lassù solo per parlare con Hefner, ma l’eccesso di precauzioni lo stizzisce e sparisce dalla circolazione in pochi minuti.

Il tavolo del buffet, come intuito dall’orario strategico da dopocena ben specificato sull’invito, è uno spettacolino sconfortante. Una manciata di finger food da assumere con una scelta tristissima di bibite, prosecchini e spumanti da discount serviti da camerieri che a mezzanotte fingono già di essere sordi. Vedo Fabio Canino, il conduttore di Cronache Marziane, tenersi discretamente ai margini della sala e osservare a debita distanza. Guardandolo, è inevitabile e doloroso il confronto con l’impeccabile party organizzato esattamente un anno prima per il lancio del suo manualetto Mai più senza, benedetto da immensi tranci di mozzarella di bufala, portate di pesce che si rigeneravano magicamente sul tavolo e l’intrattenimento musicale di Gennaro Cosmo Parlato, che a donne e gay è piaciuto tanto.

Troppo trincerato, Hefner perde d’attrattiva e gli ospiti cercano svago alternativo vagabondando senza meta, rimbalzando da un divanetto umidiccio all’altro. C’è Giampiero Ingrassia, che somiglia tanto al mio primo fidanzato e ciò mi turba, ma non si spinge nemmeno oltre la soglia. Le figlie di Al Bano si agitano a suon di musica sciatta stuzzicando gli obiettivi addormentati, Raffaello Balzo deambula con la faccia di chi custodisce un terribile segreto, ma persino gli addetti sordi del catering sanno che ha da poco firmato per un reality che comincia con «Isol« e finisce con «mosi«, ma spera che qualcuno glielo chieda per rispondere «no, non posso dire nulla«.

A notte fonda, la folla viene fatta dividere come il Mar Rosso perché deve entrare la testimonial della serata. Valeria Marini in abito caramellato fa il suo ingresso accasciata sopra una lettiga di balsa color ambulanza. Forse ho capito dove sia finita almeno la metà del budget della festa e perché i dugonghi hanno generato la leggenda delle sirene. Valeriona varca la catenella e va a cantare al microfono «Happy Birthday Mr. Playboy», ma che sia la sua voce quella che sentiamo, dobbiamo crederlo sulla fiducia, perché la security si è nuovamente serrata intorno al privé. Dallo spiraglio tra il gomito e il torso di un bodyguard, la vedo rilasciare interviste di spalle al pubblico e vorrei estorcergliene una anch’io. Provo a richiamare ancora Ilona, ma il terminale è sempre spento.

Sylivie Lubamba mi arriva a tiro e le chiedo di portare un messaggio a Cicciolina. La poverina lo fa diligentemente ma Ilona la guarda senza favellare e si volta ancora dall’altra parte. Nel frattempo deve essere svanito l’effetto della minestrina al Gerovital, perché Hefner si è alzato e se ne sta andando alla chetichella, seguito dalla processione di mogliettine, ingobbite dal peso delle tette siliconate e dal mal di piedi del tacco quindici.

Ora che il festeggiato è a nanna, tutti si rilassano. I posti migliori sono quelli nelle vicinanze di Lillo e Greg, che raccontano aneddoti e commentano la festa. Nel privé, rimasto vuoto, un uomo si sdraia sul letto a baldacchino (Hefner era lì sopra? Non s’era nemmeno capito, con quell’affollamento di mogli) e inizia a leggere una copia di Playboy, ricordandoci che, in sintesi, siamo tutti lì per contribuire all’accanimento terapeutico di una rivista quasi assassinata dall’invenzione del jpeg. Una ragazzotta bruna lo raggiunge e, nell’indifferenza generale, si spoglia e cerca di convincerlo ad abbandonare la lettura. Ma lui niente, rimane con la copia in mano, come se volesse far credere che la carta è meglio della ciccia. Il buio persistente e la colonna sonora della performance diffusa dalla parte opposta della sala non aiutano gli sforzi della spogliarellista. «È uno show, o sta accadendo veramente?«, si chiede senza ironia un ingenuo giornalista di Sky Tg24.

L’atmosfera si è fatta noiosetta e le donne si distraggono sfilando mazzetti di piume di struzzo rosa dalle composizioni sparse per il padiglione. Alcune fra le starlette cascano dal sonno ma non si muovono a fanno vagare sguardi profondi come due lychee sbucciati. Verso le tre si accendono tutte le luci, come fanno in discoteca per cacciare gli irriducibili, e ci si rende conto che qualcuno aveva pure indossato delle orecchie da coniglietta. Ilona è già sparita. Anche se la festa è finita, Lillo continua incurante ad intrattenere gli amici con storie di vita vissuta e mentre tutti escono, fanno il loro ingresso separatamente Antonio Zequila, con una bionda al braccio, e Vittorio Sgarbi con la corte al seguito, in tempo per godersi la scena clou della serata: i golem che sequestrano alle signore le piume di struzzo rosa, strizzando loro gli avambracci in caso di rifiuto.

Fuori la temperatura è scesa ancora di più ma le stelline sono tutte lì, appena un po’ vacillanti sui tacchi a spillo infilzati nell’asfalto spazzato per l’occasione. Ognuna attende la berlina con autista del proprio benefattore, anche detto «sponsor«. Una serie di berline lunghe come auto per becchini sfilano lentamente una ad una per raccoglierle e riportarle a casa inviolate almeno per quel giorno. Un sacrificio che un domani potrebbe valere un posto al sole, o in Parlamento.
Vorrei sentire Riccardo Schicchi. È tardi, tardissimo ma a quell’ora non dorme mai. Mentre Sonia, l’amica che mi ha accompagnato mi sollecita a rammenta che dobbiamo scendere i tornati al buio, digito a memoria il numero e mi risponde dopo cinque squilli. È sicuramente in un locale anche lui, uno dei suoi.

«Com’è andata?», mi chiede subito salutare, segno che, nonostante la vista debole, ha letto il nome sul display. Gli faccio un sunto della serata seguendo un vecchio riflesso condizionato di quando era il mio capo, e mi lamento dell’impossibilità di connettermi con Ilona, dello desolazione di quella baracconata economica, dell’insofferenza che ho sviluppato verso tutto ciò che finge di essere bello. Dall’altro capo del telefono è partito Mea Culpa degli Enigma, il preferito dalle spogliarelliste. 

Riccardo Schicchi non sopporta le lamentele, a meno che non sia lui a farle. Non dice nulla mentre alla musica aggiunge un gran vociare, come se ci fosse qualche problema al club. È sufficiente che due ragazze si contendano la proprietà di una crema idratante nel camerino per creare un problema a tutto il club.
«Mi ha sentito?», gli chiedo.
«No, non la sento! Qui è un disastro, nessuno sa fare il suo lavoro, non sa che stanno combinando, è un vero Cottolengo!».
«Le stavo dicendo che qui era un po’ tutto… va beh, pazienza».
«Non sento bene. Ne parliamo domani» chiosa prima di attaccare frettolosamente, lasciandomi per un paio di secondi col cellulare silenzioso attaccato all’orecchio prima di realizzare che sono tornata sola.
Intanto, Sonia mi strattona per riprendere la scarpinata.

(2 giugno 2006)